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11/10/2018 17.10 - Quotidiano Enti Locali e Pa
Non c'è falso in atto pubblico per il dirigente della società in house che altera la graduatoria del concorso

Il direttore dell'area risorse umane di una società in house che fa indebite pressioni sul responsabile di una procedura selettiva per alterarne la graduatoria, con l'intento di favorire l'assunzione di alcuni candidati, pone in essere una condotta rilevante sotto il profilo dell'abuso d'ufficio, ma che non integra la fattispecie disciplinata dall'articolo 476 del codice penale (falsità materiale commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici).La Corte di cassazione penale, sezione V, con la sentenza n. 41421/2018punta ancora una volta la lente sulle società in house, per dirimere alcuni aspetti di incertezza che tuttora permangono in ordine alla natura giuridica di questa categoria sui generis di società partecipate. Il caso La vicenda in esame riguarda l'operato illecito di un responsabile del personale di una società di trasporto pubblico locale che ha compiuto atti volti a procurare l'ingiusto vantaggio patrimoniale dell'assunzione per alcuni candidati da lui segnalati, al posto di quelli che si sono utilmente collocati in graduatoria.Quando l'alto funzionario si è accorto che il suo disegno illecito non poteva andare a buon fine, perché i responsabili amministrativi della società hanno rimosso la graduatoria alterata sostituendola con quella corretta, ha deciso di annullare la procedura selettiva, senza però con ciò influire sull'esito del giudizio perché, come si legge nella sentenza, l'annullamento del concorso è avvenuto quando il soggetto «non aveva più il dominio della situazione” e “in un momento in cui altri avevano già interrotto l'esecuzione della condotta criminosa». La decisione Secondo la Cassazione, l'indebita interferenza sulla procedura selettiva si configura quale reato di abuso d'ufficio secondo l’articolo 323 del codice penale in quanto al funzionario convenuto va attribuita la natura di incaricato di un pubblico servizio. Ciò perché, a norma dell'articolo 358 dello stesso codice, questa qualifica riguarda colui che presta un servizio pubblico, a prescindere dal rapporto d'impiego con un ente pubblico. Non si richiede, in altre parole, che l'attività svolta dal soggetto sia direttamente imputabile alla Pa, ma basta che il servizio, ancorché attuato attraverso organismi privati, realizzi finalità pubbliche.Sotto il profilo oggettivo, non c'è dubbio che il servizio di trasporto locale svolto dalla società sia un'attività connotata da fini di pubblico interesse. Ed è pure certo che nelle società partecipate il reclutamento del personale debba avvenire secondo i principi di trasparenza, pubblicità e imparzialità, per effetto dell'esplicito richiamo all'articolo 35 del Dlgs 165/2001 (testo unico sul pubblico impiego), dapprima contenuto nell'articolo 18 del Dl 112/2008 convertito dalla legge 133/2008, e oggi sancito dal testo unico sulle società a partecipazione pubblica (articolo 19, comma 2, del Dlgs 175/2016).È tuttavia interessante notare che la connotazione pubblicistica della società in house, quale articolazione organizzativa e longa manus della Pa, non impedisce alla Sezione V di annullare senza rinvio la sentenza della Corte d'Appello impugnata, là dove essa rileva la sussistenza del reato di falsità materiale commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici (articolo 476 del codice penale). Sotto il profilo di questa fattispecie, scrivono i giudici, le società in house non possono essere assimilate agli enti pubblici, per il fatto che esse vanno assoggettate alla disciplina del codice civile, salvo deroghe espresse (articolo 1, comma 3, del Dlgs 175/2016).In conseguenza di ciò, la condotta volta ad alterare la graduatoria provvisoria per effetto di un'illecita interferenza «non costituisce (…) un atto prodromico all'emanazione di un atto pubblico, non integrandosi, pertanto, la fattispecie contestata di falsità in atto pubblico».