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30/10/2019 17.10 - Quotidiano Enti Locali e Pa
Partecipate, una modifica al testo unico salva le centrali del latte pubbliche

Le centrali del latte nascono, nei primi decenni del secolo scorso, a fronte di un bisogno percepito come pubblico: quello di fornire un bene primario allora scarso nei centri urbani. Le comunità si organizzarono anche attraverso forme di intervento pubblico municipale. È del 1927 la Centrale del latte di Milano. Nascono nel 1929, la nascita della Centrale del latte di Vicenza e quella di Brescia, è del 1933 quella di Roma. Più recente quella di Torino, che risale al 1950, ma che oggi è particolarmente blasonata, perché è diventata una società quotata, ed ha acquisito altre ex società municipali.Oggi questa storia, ammirevole, di capitalismo pubblico teso a soddisfare i bisogni di una collettività, ha però perso il suo significato. Tutti noi andiamo al supermercato e, quando compriamo il latte o lo yogurt, ci troviamo di fronte all'imbarazzo della scelta di fronte alla offerta e alla varietà di prodotti che il mercato offre: latte di ogni tipo e marca, yogurt che promettono qualità curative di ogni genere, al punto che viene da domandarsi se ne esista uno per persone sane. Prezzi di ogni tipo.Diciamoci la verità: il latte pubblico ha il medesimo (non) significato dell'insalata pubblica o del panettone pubblico. Ed è chiaro che ormai questi prodotti, in un qualsivoglia Paese a economia evoluta, non rientrano certo nella sfera del cosiddetto «fallimento di mercato», e quindi non vi è una motivazione nell'interesse gestionale diretto di una pubblica amministrazione. Questo tanto più in Italia, dove la ricchezza, la qualità e la varietà di prodotti agroalimentari è uno dei punti di eccellenza del Sistema Paese. Il divieto per le Pa di svolgere attività prettamente commerciali In Italia è la legge finanziaria del 2017 a sancire che le pubbliche amministrazioni locali non possono pretendere di svolgere attività prettamente commerciali (articolo 3, comma 27 e seguenti della legge 244/2007) e in effetti, da allora, ma in realtà ancora prima, molti Comuni hanno dismesso le loro quote partecipative nelle centrali del latte. Quella di Torino, invece, si è appunto quotata e, dopo la fusione con quella di Firenze, è diventata Centrale del latte d'Italia.Il testo unico delle società partecipate, nella sua originaria formulazione (Dlgs 175/2016), aveva confermato il principio che «le amministrazioni pubbliche non possono, direttamente o indirettamente, costituire società aventi per oggetto attività di produzione di beni e servizi non strettamente necessarie per il perseguimento delle proprie finalità istituzionali, né acquisire o mantenere partecipazioni, anche di minoranza, in tali società» (articolo 4, comma 1 del Tusp), pur lasciando spazio a delle deroghe per settori in cui la pubblica amministrazione è tradizionalmente presente, quali le strutture fieristiche (articolo 4, comma 7) o tutelando le società finanziarie regionali (grazie all'allegato A al decreto).Il latte no, nessuno fino a oggi aveva osato, anche se un primo strappo era stato fatto dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, che aveva statuito una deroga per una sola centrale del latte, quella di Brescia.Oggi però scopriamo che le Centrali del latte pubbliche sono salve. Questo grazie alla legge 119/2019 del 1° ottobreche aggiunge il comma 9-quater all'articolo 4 del Tusp, comma che recita «Le disposizioni del presente articolo non si applicano alla costituzione né all'acquisizione o al mantenimento di partecipazioni, da parte delle amministrazioni pubbliche, in società aventi per oggetto sociale prevalente la produzione, il trattamento, la lavorazione e l'immissione in commercio del latte, comunque trattato, e dei prodotti lattiero-caseari».Ci pare grave, a questo punto, che vengano discriminati i prodotti da forno, e viene da chiedersi per quale ragione non si voglia riconoscere la necessità dei barbieri municipali. Il testo unico va riformato, certo, ma secondo logica e nell'interesse generale.