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07/02/2020 12.02 - Quotidiano Enti Locali e Pa
Margini sempre più ristretti per giustificare il mantenimento delle micro-partecipazio

Una corretta interpretazione del quadro normativo sulle società a partecipazione pubblica porta a escludere l'ammissibilità non solo delle partecipazioni in società che svolgono attività commerciali estranee all'erogazione di servizi pubblici, ma anche delle partecipazioni in società che abbiano a oggetto attività di interesse pubblico, dove l'ente socio, per l'esiguità della sua partecipazione, non è in grado di esercitare un'influenza sulla gestione societaria e di renderla funzionale al perseguimento delle proprie finalità istituzionali. È quanto sostiene il Tar Lombardia, conla sentenza n. 48/2020.Il principio affermato dal collegio non discende da un espresso divieto in ordine al mantenimento delle quote di esigua entità nel capitale delle partecipate, ma è frutto di un'interpretazione restrittiva, peraltro condivisa, come poi vedremo, dalla Corte dei conti, dell'articolo 4, comma 1, del Dlgs 175/2016 (testo unico sulle partecipate), secondo cui «le amministrazioni pubbliche non possono, direttamente o indirettamente, costituire società aventi per oggetto attività di produzione di beni e servizi non strettamente necessarie per il perseguimento delle proprie finalità istituzionali, né acquisire o mantenere partecipazioni, anche di minoranza, in queste società». La decisione I giudici lombardi hanno respinto il gravame di una società di trasporto contro la delibera di un Comune che aveva deciso di procedere alla dismissione della propria quota nella società ricorrente e di chiederne la liquidazione in applicazione dell'articolo 1, comma 569, della legge 147/2013 e dell'articolo 2473-ter del codice civile.Va precisato che l'ente socio era titolare di una quota azionaria irrilevante (pari allo 0,797 per cento) e che la società interessata svolgeva il servizio di trasporto pubblico in regime di concessione su base provinciale.Il Comune convenuto aveva motivato la dismissione azionaria sostenendo che una siffatta quota non era funzionale al perseguimento delle proprie finalità istituzionali, sia a causa dell'esiguità della partecipazione, sia per il fatto che la società svolgeva il servizio di trasporto non nel proprio territorio, ma in quello degli altri Comuni della Provincia.I giudici hanno respinto il ricorso e, hanno confermato la legittimità dell'operato comunale, eseguendo un'analisi accurata del quadro normativo, che considera con netto sfavore le partecipazioni di esigua entità in mano pubblica. L'analisi normativa Il Tar ha premesso la disamina osservando che l'articolo 3, comma 27, della legge 244/2007 (norma oggi abrogata e confluita nel Dlgs 175/2016, ma applicabile alla fattispecie in esame ratione temporis) ha limitato la possibilità per le pubbliche amministrazioni di partecipare al capitale di società commerciali, ammettendola solo con riguardo a quelle società strettamente necessarie per il perseguimento delle loro finalità istituzionali.Il successivo comma 29 dello stesso articolo ha poi previsto che gli enti avrebbero dovuto cedere a terzi, entro il termine di 36 mesi dall'entrata in vigore della medesima legge 244/2007, le partecipazioni non ammesse.La ratio legis di queste norme, scrivono i giudici, «è quella di contrastare la proliferazione indiscriminata delle partecipazioni pubbliche in società di capitali che svolgono attività non attinenti alle finalità della Pa», il legislatore «ha voluto evitare che le pubbliche amministrazioni detengano partecipazioni societarie al solo scopo di esercitare attività imprenditoriale o, più in generale, al solo scopo di investimento». Le partecipazioni esigue In questa logica, le partecipazioni di esigua entità - salvo il caso di quelle a cui corrisponda un affidamento in house sul territorio da parte di una società in house a compagine plurima, soggetta al controllo analogo congiunto da parte dei soci pubblici - non si giustificano e non possono essere mantenute, in quanto non risultano nè funzionali, nè strettamente necessarie al preseguimento delle finalità istituzionali dela Pa.Osservano i giudici al riguardo che «se l'attività svolta dalla società persegue le finalità istituzionali di altri enti pubblici partecipanti al suo capitale, ma non di quella dell'ente interessato, per quest'ultimo la partecipazione si risolve in un mero sostegno finanziario a un'attività di impresa e, dunque, in una mera partecipazione di investimento valutata (...) con disfavore dal legislatore nazionale».La posizione del Tar Lombardia è meritevole di rilievo, in quanto richiama e rafforza un precedente orientamento della magistratura contabile, secondo cui appare difficile giustificare il mantenimento delle quote societarie di esigua entità, le quali, «non consentendo un controllo sulla partecipata da parte del socio pubblico, non sembrerebbero coerenti con una valutazione di strategicità della partecipazione, riducendosi al rango di mero investimento in capitale di rischio» (Corte dei conti Piemonte, delibera n. 170/2015/PAR).Ne consegue che, in vista degli obblighi connessi al processo di razionalizzazione previsti dall'articolo 20 del Tusp, il solo margine a disposizione degli enti per giustificare il mantenimento delle micro-partecipazioni può ricollegarsi alla necessità di aderire al capitale sociale per fruire dei servizi pubblici locali erogati dal soggetto gestore, anche se esistono altri strumenti contrattuali per conseguire un analogo risultato in modo più funzionale ed efficiente.