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06/03/2018 16.00 - quotidiano energia
Acqua e gestione della risorsa, un “problema di conoscenza”

“Una corretta gestione della risorsa idrica è un problema essenzialmente di conoscenza”. A conti fatti, infatti, l’Italia può essere definita una “penisola blu” con un patrimonio di acqua fra i più importanti d’Europa che conta poco meno di 7.500 corpi idrici. C’è anche l’acqua nel “Secondo rapporto sullo stato del Capitale naturale in Italia” pubblicato dal Minambiente e realizzato dal Comitato per il Capitale Naturale. Dal consumo di suolo agli incendi, dagli ecositemi marini a quelli agricoli, il documento non solo aggiorna la fotografia scattata nel 2017 ma inizia a delineare “un percorso metodologico importante in merito all’attribuzione di una misurazione monetaria del flusso di Servizi Ecosistemici prodotti dal nostro Capitale Naturale”.
Tornando all’acqua, nel rapporto un capitolo è dedicato al “bilancio idrologico” in cui vengono riportati i risultati dei monitoraggi effettuati da Ispra, nella sua funzione di “referente nazionale per l’idrologia operativa”. In base alle rilevazioni, si legge nel documento, l’Italia presenta valori medi annui rilevanti di precipitazione ma “l’elevata variabilità intra-annuale degli afflussi rende questa ‘abbondanza’ difficile da utilizzare. Alla  disomogenea distribuzione stagionale si somma, poi, una situazione territoriale piuttosto eterogenea “con situazioni di criticità ricorrenti in alcune aree”. La risorsa, infatti, è concentrata in gran parte nel centro-nord e nei bacini del Po, Adige, Brenta, Tagliamento, Isonzo, reticoli minori della zona alpina, Arno e Tevere, nel sistema idrico Abruzzo-Molise. Grazie ad invasi e trasferimenti a lunga distanza viene ridistribuita con un meccanismo solidale come quello che vede la Puglia, tra le Regioni con maggior scarsità di risorsa, utilizzare gli ingenti flussi provenienti da Basilicata e Campania.
Difficile non considerare nell’equazione anche la siccità di cui nel 2017, spiega il rapporto, ha sofferto buona parte della Penisola, con poche eccezioni. Un fenomeno dovuto non solo al deficit pluviometrico estivo ma anche a un inverno e una primavera “decisamente avari di precipitazioni” (su scala annuale è stato segnato un record negativo dal 1800). Ad esacerbare la situazione, inoltre, sono intervenuti anche “elementi di pressione antropica altrettanto significativi, imputabili in misura maggiore ai prelievi per usi irrigui in agricoltura”.
L’impiego di risorse idriche via via meno abbondanti e la loro allocazione tra utilizzi sempre più concorrenti, conclude il rapporto, impone quindi di sviluppare una conoscenza “sempre più dettagliata” e sistemi di elaborazione “sempre più raffinati e sofisticati”.