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13/04/2018 12.04 - Quotidiano Enti Locali e Pa
Un piano operativo flessibile per scelte motivate senza automatismi

Nel vagliare con cura l'operato degli enti locali, la magistratura contabile ha messo in luce l'esigenza che il piano di razionalizzazione delle partecipate sia uno strumento flessibile. Questo principio è stato affermato, in particolare, dalla Corte dei conti, Sezione di controllo per l'Emilia Romagna, con la deliberazione n. 4/2016/PAR, a riscontro del quesito posto dal presidente di una Provincia che, dopo aver approvato il piano di razionalizzazione entro il termine prescritto, si è ritrovato dinanzi a un mutato quadro istituzionale che assegna nuovi compiti alle Province, con la conseguente necessità di un riesame delle partecipazioni societarie, per quanto riguarda la loro indispensabilità ai fini istituzionali dell'ente.Allora il piano approvato dalla Provincia prevedeva la dismissione di una partecipata incaricata della gestione di eventi fieristici e promozione del turismo ma l’atto di programmazione veniva superato dalla legge regionale che attribuiva alle Province nuovi compiti tra i quali proprio il turismo. La Sezione riconobbe il potere/dovere dell'ente di modificare legittimamente il piano di razionalizzazione rispetto alla decisione precedente. Nessun automatismo In linea con questo orientamento, l'ente socio deve svolgere in maniera responsabile le proprie prerogative superando le più comuni criticità presenti nei piani operativi sotto esame, ossia la carenza di un'attenta analisi economico-finanziaria dei costi di gestione di ciascuna partecipazione detenuta, in grado di suffragare, attraverso idonea motivazione, la congruità delle singole opzioni effettuate, nonché delle eventuali stime di risparmio, l'eccessivo protrarsi nel tempo delle gestioni liquidatorie, e la carenza di informazioni sui tempi di attuazione delle operazioni di disimpegno delle partecipazioni da dismettere. Se un organismo partecipato viene posto in liquidazione e versa in una grave situazione economico-finanziaria connotata da pregresse perdite d'esercizio, sussiste un particolare obbligo di diligenza a carico dell'ente locale che dovrà:a) accertare se, nel periodo di operatività del soggetto partecipato, l'ente si sia esposto direttamente nei confronti dei terzi rilasciando garanzie per i debiti contratti da tale soggetto;b) attivarsi per individuare in via prudenziale idonei mezzi di copertura delle potenziali passività che potrebbero sorgere dalla liquidazione dell'organismo partecipato, in ragione della quota posseduta. Le «scatole vuote» In questa prospettiva, nessun tipo di automatismo va recepito o assecondato nella messa a punto delle delicate scelte in materia societaria, neppure là dove si tratti di procedere alla chiusura delle «scatole vuote». A dispetto di ciò, la soppressione delle «società che risultino composte da soli amministratori o da un numero di amministratori superiore a quello dei dipendenti» (articolo 20, comma 2, lettera b), del testo unico) è stato più volte ritenuto un criterio sottratto alla discrezionalità dell'ente locale, in quanto di immediata applicazione e facilmente riscontrabile nelle caratteristiche oggettive delle società partecipate da sottoporre al vaglio. Si tratta di un parametro che affonda le sue radici nella legge di stabilità 2015 e, prima ancora, nel programma Cottarelli del 7 agosto 2014 che, evidenziando appunto l'importanza di chiudere le «scatole vuote», aveva messo in luce che «un numero molto elevato di partecipate non ha dipendenti o ne ha molto pochi (almeno 3.000 con meno di 6 dipendenti)». Il documento sosteneva che queste società «dovrebbero essere dismesse e l'attività, se necessaria, dovrebbe essere reincorporata nell'ente partecipante».Va però detto che la Corte dei conti, Sezione di controllo per la Lombardia, con la delibera n. 7/2016 ha affermato che non esiste un automatismo di legge ma permane l'esigenza di una scelta motivata dell'ente socio, in funzione della quale è necessaria un'accurata valutazione di efficacia ed economicità della partecipazione da dismettere, nella prospettiva della sana gestione finanziaria. Se, infatti, è ovvio che una società composta da soli amministratori o da un numero di amministratori superiore a quello dei dipendenti fa supporre che, con elevata probabilità, si tratti di società inefficiente a causa di un rapporto sbilanciato tra i costi di amministrazione e i costi di gestione, secondo la Corte occorre pur sempre una valutazione del socio pubblico che confermi o no tale ragionevole sospetto. Trova conferma ancora una volta il fatto che il piano non può limitarsi a descrivere genericamente le future azioni da intraprendere o il modo con cui si intenderà analizzare le relative partecipazioni societarie, stante l'inderogabile necessità di svolgere in concreto tale analisi, puntando a ridurre le partecipazioni e contenere i costi di funzionamento dei soggetti societari, entro tempi certi e con risparmi effettivi da conseguire.