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17/05/2018 16.05 - Quotidiano Enti Locali e Pa
Regole del recesso per la liquidazione della partecipazione «illegittima»

I giudici contabili, alla luce del Dlgs 175/2016 (Testo unico in materia di società a partecipazione pubblica) fugano ogni incertezza sulle modalità di liquidazione delle partecipazioni pubbliche «vietate» dall'articolo 3, comma 27 della Finanziaria 2008 (legge 244/2007) e, cioè, delle norme antesignane degli obblighi di dismissione contenuti nel nuovo testo unico. Le partecipazioni non consentite La questione riguarda le partecipazioni detenute da amministrazioni pubbliche in società che producono beni e servizi non strettamente necessari al perseguimento delle finalità istituzionali né di interesse generale; partecipazioni che – ai sensi del successivo comma 32, in combinato disposto con il comma 569 dell'articolo 1 della legge di stabilità 2014 (legge 147/2013) – andavano alienate mediante procedura a evidenza pubblica entro il 31 dicembre 2014, altrimenti «cessa[ndo] ad ogni effetto», con obbligo per la società di liquidare al socio pubblico, entro i dodici mesi successivi, il valore della partecipazione cessata «in base ai criteri stabiliti dall'articolo 2437-ter, secondo comma del codice civile». Il regime codicistico Il riferimento testuale circoscritto all'articolo 2437-ter, comma 2, del c odice civile, ossia ai soli criteri per determinare il valore della partecipazione in caso di estinzione unilaterale del rapporto societario (consistenza patrimoniale della società, sue prospettive reddituali, eventuale valore di mercato delle azioni) aveva ingenerato il dubbio che alla fattispecie regolata dal comma 569 non fosse applicabile la disciplina codicistica del recesso indicata dal successivo articolo 2437-quater.In questa prospettiva, in caso di esito negativo della procedura competitiva di alienazione, sarebbe precluso il ricorso alla scansione prevista dal codice per il reperimento delle risorse necessarie alla liquidazione della partecipazione in caso di recesso (in progressione: offerta in opzione ad altri soci; collocamento presso terzi; impiego di utili e/o riserve disponibili; in mancanza, riduzione del capitale sociale ovvero deliberazione di scioglimento e messa in liquidazione). La società non potrebbe infatti che ridurre direttamente il capitale sociale (o deliberare lo scioglimento) stante il mancato richiamo all'articolo 2437-quater e in coerenza con la ritenuta impossibilità di configurare atti traslativi rispetto a una partecipazione che la norma definisce «cessata di diritto» e da parte di un socio pubblico da ritenersi, per l'effetto, già ex (in tal senso, Corte dei conti Marche, delibera n. 25/2014/Par). L’interpretazione della Corte dei conti Lombardia Questa impostazione, secondo la Corte dei conti Lombardia (delibera n. 79/2018/Par), è oggi superata dal chiarimento del quadro dopo l'introduzione del Dlgs 175/2016.Secondo i giudici contabili lombardi, è dirimente l'articolo 24, comma 5 del testo unico che - nel dettare la disciplina applicabile alla partecipazione pubblica «non consentita» per il caso che essa non sia alienata entro l'anno dalla ricognizione straordinaria prevista dal comma 1 ovvero in caso di mancata adozione tout court dell'atto ricognitivo - riproduce a grandi linee la formulazione del comma 569 della legge 147/2013, introducendo però alcune significative novità.Il legislatore del testo unico, infatti, da un lato non ripropone la controversa locuzione «cessa ad ogni effetto»; dall'altro, nel ribadire che la partecipazione non alienata è liquidata in denaro in base ai criteri stabiliti dall'articolo 2437-ter, comma 2, del codice civile, dispone che la liquidazione debba avvenire «seguendo il procedimento di cui all'articolo 2437 quater». Ciò induce a concludere – evidenzia sempre Corte dei conti Lombardia - che la partecipazione pubblica «non consentita» rimane in essere, e conserva la qualificazione di partecipazione a bilancio dell'amministrazione socia, sino alla liquidazione (allorché si trasforma in credito da liquidazione); e che, soprattutto, trova sempre applicazione l'iter liquidatorio tracciato dall'articoo 2437-quater del codice, sia pur con due importanti eccezioni, espressamente previste al comma 6 dell'articolo 24 del testo unico.In forza di questa ultima disposizione, infatti, sia in caso di estinzione della partecipazione in società unipersonale sia nella fattispecie prevista dai commi 6 e 7 dello stesso articolo 2437-quater (società caratterizzata da assenza di utili o riserve disponibili) non è consentita la riduzione del capitale sociale per evitare lo scioglimento, e la società va posta in liquidazione; ma – avverte la Corte di conti Lombardia – il percorso derogatorio vale solo per le partecipazioni totalitarie o di controllo, nelle quali si riscontra una situazione dominante del socio pubblico, mentre appare del tutto irragionevole, e quindi va disapplicato, in relazione a partecipazioni pubbliche minoritarie, perché in tal caso non ha alcun senso non consentire alla compagine maggioritaria di deliberare la riduzione del capitale ed evitare la liquidazione.