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10/04/2020 00.00 - Quotidiano Enti Locali e PA
Coronavirus, incentivi e aggregazioni aziendali per sotenere le public utilities
In questi momenti di presente incerto occorre più che mai pensare al futuro. Il Governo ha fatto bene a preoccuparsi della contingenza economica, puntando su una serie di interventi di aumento della spesa corrente (alcuni opportuni, altri criticabili, come inevitabile). Il punto, però è che quando l'emergenza Coronavirus finirà sul piano sanitario, non cesseranno i suoi effetti sul sistema delle imprese ed è perciò necessario puntare fin da oggi a una politica di investimenti pubblici che dovranno però essere realizzati davvero e in tempi ragionevoli, e non restare pura teoria, quali numeri promessi sulla carta.
Ecco quindi che torna con prepotenza il tema sulla nostra capacità di appaltare e realizzare i lavori, in merito ai quali la nostra proposta è solo apparentemente paradossale e provocatoria: sospendiamo il codice degli appalti per 6-8 mesi, almeno per gli appalti sottosoglia comunitaria, e lasciamo liberi enti e società di ricorrere alla trattativa privata sotto questi importi. Anzi costringiamoli a farlo! E impieghiamo questo arco di tempo per ripensare le modalità di affidamento, rivedendo anche le disposizioni a ciò collegate e le funzioni di alcune istituti che si sono rivelate di ostacolo più che di contributo. E a chi ruba provvedano le Procure.
In particolare, comunque, qui ci interessa riflettere su come ampliare la capacità di investimento delle public utilities, aziende che in questi giorni stanno dando prova della loro indispensabilità e, riconosciamolo, anche della loro dedizione al pubblico servizio. Grazie a loro le nostre città continuano a essere pulite, e abbiamo acqua, riscaldamento ed energia e quel minimo di trasporto pubblico che resta necessario.
In proposito è già stato presentato da Utilitalia la misura degli investimenti che sarebbe necessario effettuare, nei prossimi 5 anni, nei comparti in questione: si parla di 50 miliardi di euro, che avrebbero per altro l'effetto di creare, si afferma, circa 100 mila nuovi posti di lavoro in più e un importante effetto moltiplicatore sul Pil.
Si noti che visti i meccanismi regolatori l'aumento delle tariffe avverrebbe un paio di anni dopo la messa a regime degli investimenti e che sarebbe in ogni caso ampliamente sopportabile.
Di più, visto che i conti delle società di servizi pubblici non rientrano nel perimetro del consolidato nazionale, questi investimenti non hanno effetti sul deficit, come invece la spesa per investimenti sostenuta dai soggetti iscritti nell'elenco della Pa, né sul debito pubblico, anche ove fossero finanziati con risorse di soggetti terzi. In sostanza, dal punto di vista della finanza pubblica, i vantaggi sono evidenti, senza tacere che la capacità di realizzare i programmi di investimento è mediamente più elevata nelle società di quanto non lo sia nella Pa.
È però necessario rafforzare il sistema delle imprese e quindi andare nella direzione di modificare la normativa per favorire le aggregazioni aziendali (si veda il Quotidiano degli enti locali e della Pa del 5 marzo) e, soprattutto, immaginare un sistema di incentivi che stimoli le public utilities a concentrarsi sull'obiettivo di effettuare a breve uno sforzo straordinario di investimento. E questo non solo nelle aziende più grandi e capitalizzate, perché si deve essere consapevoli che le più gracili operano spesso sui territori in cui vi è più urgenza di intervenire.
Per questo sarebbe opportuno attivare al più presto un fondo rotativo di garanzia di entità consistente, ovvero di almeno 1 miliardo di euro, che per altro non sarà "speso" a meno di default, e questo con il duplice obiettivo di ridurre il costo dei finanziamenti delle aziende e al tempo stesso di orientare gli interventi ove il Governo ritenga siano prioritari.