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13/03/2018 17.03 - Quotidiano Enti Locali e Pa
Doppio stop al sostegno finanziario per i «concordato in bianco» della partecipata in crisi

Nell’ambito del processo di liquidazione relativo a una società partecipata, l’ente locale non può dare sostegno finanziario al «concordato in bianco», perché questa scelta si risolverebbe in un’erogazione diretta di risorse per soddisfare i creditori della società, al di fuori delle ipotesi consentite dall’articolo 14 del Dlgs 175/2016 (testo unico delle società a partecipazione pubblica).Con la delibera 29/2018, la sezione Calabria della Corte dei conti si addentra ancora una volta nella malsicura zona di confine tra diritto societario e diritto amministrativo, mettendo in luce alcuni precisi limiti alla discrezionalità amministrativa della Pa nella veste di socio pubblico (si veda ancheIl Quotidiano degli enti locali e della Pa del 7 marzo)Il quesito di cui si occupa il collegio riguarda l’ipotesi di pre-concordato che il liquidatore di una società pubblica propone alla Provincia titolare dell’intera partecipazione, con l’obiettivo di pervenire a un riparto dell’attivo che soddisfi in maniera equa e proporzionale i creditori sociali.A fronte di ciò, l’ente locale interpella i giudici chiedendo se tale intervento di carattere societario sia consentito o si configuri quale forma di «soccorso finanziario» preclusa dai vincoli di finanza pubblica. La norma Si premette che il «concordato in bianco» è un istituto giuridico innovativo nella disciplina della crisi d'impresa, introdotto nell’ordinamento con il Dl 22 giugno 2012 n. 83 («Decreto Sviluppo»).Per effetto di questo intervento l’articolo 161, comma 6, della legge fallimentare oggi prevede che, a fronte di uno stato di crisi, l’imprenditore possa presentare una domanda di ammissione alla procedura di concordato preventivo unitamente ai bilanci relativi agli ultimi tre esercizi, riservandosi di presentare la proposta, il piano e l’ulteriore documentazione necessaria entro un termine fissato dal giudice.Nel corso della disamina i magistrati contabili mettono a confronto l’istituto della legge fallimentare con l’articolo 14 del Dlgs 175/2016, recante norme in materia di crisi d’impresa delle società partecipate, e giungono alla conclusione che un sostegno finanziario del socio pubblico al «concordato in bianco» non è compatibile con le regole del testo unico, né sotto il profilo formale, né sotto il profilo sostanziale. Le ragioni della preclusione Le ragioni di questa preclusione assoluta sono riconducibili a un duplice ordine.In primo luogo, il secondo periodo, comma 5, dell’articolo 14, là dove consente «trasferimenti straordinari alle società [in perdita da 3 anni consecutivi] a fronte di convenzioni, contratti di servizio o di programma relativi allo svolgimento di servizi di pubblico interesse ovvero alla realizzazione di investimenti», deve intendersi quale disposto di eccezione rispetto alla regola del divieto di disporre finanziamenti nel caso de quo, con l’effetto che la norma deve essere interpretata in senso restrittivo.Da un punto di vista sostanziale, la sezione aggiunge che l’obiettivo del piano di riparto ex articolo 161, comma 6, della legge fallimentare è estinguere i debiti della società e non si configura di certo come «un piano di risanamento», alla cui esistenza l’articolo 14 del testo unico sulle partecipate subordina la legittimità di un intervento finanziario da parte del socio pubblico.Del resto, la magistratura contabile ha più volte osservato che l’erogazione di risorse pubbliche a fondo perduto integra una violazione del cosiddetto «divieto di soccorso finanziario», in qualunque forma esso venga attuato.Non è ammesso, in altre parole, il dispendio di risorse pubbliche senza un programma industriale o una prospettiva che realizzi l’economicità e l’efficienza della gestione societaria nel medio e lungo periodo, come pure sono vietati trasferimenti straordinari destinati a coprire perdite strutturali, che poi si riverberano oltretutto sui bilanci pubblici compromettendone la sana gestione finanziaria.Nel solco di questo orientamento giurisprudenziale, come la Sezione Calabria comprova con il parere in esame, i rimedi della legge fallimentare con oneri a carico del socio pubblico non trovano mai giustificazione.