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08/11/2018 17.00 - Quotidiano Enti Locali e Pa
Sulla riforma Madia una deroga ex post senza senso

L'emendamento in tema di dismissioni societarie varato dal Governo con l'ultima bozza del disegno di legge di bilancio, che a breve verrà discusso in Parlamento, non prende certo le mosse da una riforma organica al testo unico sulle società partecipate - come nel caso del Dlgs 100/2017 - ma riflette invece la volontà di correre ai ripari per attenuare gli effetti dirompenti del processo di razionalizzazione introdotto dal decreto attuativo della legge Madia. L'introduzione della proroga delle dismissioni Il nuovo comma 5-bis inserito dal Ddl bilancionell'articolo 24 del Dlgs 175/2016 stabilisce che «fino al 31 dicembre 2021 le disposizioni di cui ai commi 4 e 5 non si applicano nel caso in cui le società partecipate abbiano prodotto un risultato medio utile nel triennio precedente alla ricognizione. L'amministrazione pubblica, che detiene le partecipazioni, è conseguentemente autorizzata a non procedere all'alienazione». I commi da disapplicare riguardano l'obbligo dell'ente socio di alienare la quota non riconducibile alle finalità perseguibili mediante l'acquisizione e la gestione di partecipazioni pubbliche, specificate in dettaglio dall'articolo 4, comma 2, del testo unico (produzione di servizi di interesse generale, autoproduzione di beni e servizi strumentali, servizi di committenza, eccetera.).Sotto il profilo organizzativo, la partecipazione non può essere mantenuta dalla pubblica amministrazione neppure nei casi indicati dall'articolo 20, comma 2, del decreto legislativo, ossia allorquando la società risulti priva di dipendenti o abbia un numero di amministratori superiore a quello dei dipendenti, oppure se la società non ha conseguito una soglia minima di fatturato nel precedente triennio, o se la società svolga attività analoghe o similari a quelle svolte da altri organismi strumentali. Al ricorrere di questi presupposti, il testo unico impone all'ente socio un riassetto organizzativo finalizzato alla razionalizzazione «mediante fusione o soppressione, anche mediante messa in liquidazione o cessione».Ove l'ente abbia deciso la dismissione, in caso di mancata alienazione della quota entro 12 mesi, è disposto che il socio pubblico non possa esercitare i diritti sociali nei confronti della società, salvo il potere di alienare la partecipazione (articolo 24, comma 5). Quando si può derogare all’obbligo di alienzione L'emendamento della manovra introduce una deroga al divieto di mantenere le partecipazioni pubbliche non consentite, laddove il socio pubblico, in esito all'analisi svolta con il piano di revisione straordinaria da adottare entro il 30 settembre 2017, abbia ritenuto che la quota societaria non soddisfi i requisiti prescritti dal testo unico. Stando a quanto si legge nel testo del nuovo comma 5-bis, la deroga viene posta «a tutela del patrimonio pubblico e del valore delle quote societarie pubbliche», ma c'è più di qualche ragione per dubitare di questa finalità dichiarata.Si deve considerare, innanzitutto, che il venir meno dell'obbligo di dismissione ha per oggetto una quota societaria ritenuta non coerente con la ratio legis del Dlgs 175/2016, la cui norma di principio stabilisce che «le amministrazioni pubbliche non possono, direttamente o indirettamente, costituire società aventi per oggetto attività di produzione di beni e servizi non strettamente necessarie per il perseguimento delle proprie finalità istituzionali, né acquisire o mantenere partecipazioni, anche di minoranza, in tali società».È singolare che il legislatore, dopo aver sancito un'articolata casistica per dare attuazione a questo principio, stabilisca ora che le partecipazioni non consentite possano essere mantenute per il solo fatto che abbiano prodotto un utile nel triennio precedente alla ricognizione del 2017, come se ciò che conta fosse soltanto la redditività e la remunerazione del capitale investito. I rischi della proroga Una moratoria dell'obbligo di dismissione fino al 31 dicembre 2021 ha poi davvero poco senso. Quali prospettive si aprono allo scadere di questo termine, se non la riproposizione dell'attuale dilemma di dover dismettere partecipazioni che producono reddito a favore dei soci? È inoltre controproducente che la misura correttiva intervenga dopo la scadenza del termine del 30 settembre 2018, dopo che i soci pubblici che non hanno attuato la dismissione delle partecipazioni vietate hanno perso la possibilità di esercitare i diritti sociali nei confronti della società.Il fatto di cambiare le regole del gioco e di legittimare soltanto ora il mantenimento di queste partecipazioni produce un inevitabile effetto «premiante» per gli enti ritardatari, che non si sono attivati tempestivamente nei termini di legge, nonché un perverso effetto «punitivo» per gli enti soci diligenti, che dopo aver impiegato energie e risorse per dare corso alle cessioni societarie, scoprono oggi che si poteva fare a meno di ottemperare all'obbligo in questione.