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13/04/2018 12.04 - Quotidiano Enti Locali e Pa
Indispensabili analisi mirate per micro-partecipazioni e società in perdita

Nel corso degli ultimi anni le Sezioni di controllo hanno espresso numerose indicazioni operative in ordine allo svolgimento del processo di razionalizzazione, che si possono utilmente richiamare a beneficio degli enti che, entro il 31 dicembre 2018, dovranno ritornare in consiglio con una nuova analisi dell'assetto complessivo delle società in cui detengono partecipazioni.Sotto il profilo metodologico, mantengono ancor oggi piena validità le linee guida diffuse dalla Corte dei Conti, sezione delle Autonomie, con la delibera n. 19/2017, recante un modello chiaro ed esaustivo per dare corso alla ricognizione delle partecipazioni.In quella sede, i giudici hanno enucleato in dettaglio i criteri da utilizzare nell'analisi degli asset societari, secondo i principi fissati dal testo unico in materia.È fuor di dubbio che il processo di razionalizzazione non può limitarsi al generico avvio di un'attività di spending review per contenere i costi delle partecipate, ma richiede piuttosto agli enti soci «un'analisi comparativa delle differenti opzioni percorribili attraverso l'applicazione di metodologie e criteri economico-finanziari volti alla minimizzazione dei costi di funzionamento, così da garantire, per lo meno, i medesimi risultati in termini di benefici sociali» (delibera n. 170/2015, Sezione di controllo Piemonte). Le partecipazioni polvere Nello specifico, il legislatore ha imposto la dismissione delle partecipazioni che, pur coerenti con i fini istituzionali dell'ente, non sono indispensabili al loro perseguimento, come le partecipazioni minoritarie (cosiddette “polvere”) e quelle che registrano risultati economici sistematicamente negativi.In questa logica, è davvero arduo giustificare il mantenimento delle esigue quote societarie, le quali, «non consentendo un controllo sulla partecipata da parte del socio pubblico, non sembrerebbero coerenti con una valutazione di strategicità della partecipazione, riducendosi al rango di mero investimento in capitale di rischio». Da ciò consegue che il solo margine rimasto a supporto delle micro-partecipazioni può ora ricollegarsi – specie in materia di servizi pubblici locali – alla necessità di aderire al capitale sociale per fruire dei servizi erogati dal soggetto gestore, anche se esistono altri strumenti contrattuali per conseguire un analogo risultato in modo più funzionale ed efficiente. Società in perdita strutturale Il legislatore ha inoltre rafforzato la necessità di chiudere le società in perdita strutturale, anche al di là del tenore dell'articolo 6, comma 19, del Dl 78/2010 convertito in legge 30 luglio 2010 n. 122 (ora trasfuso nell'articolo 14, comma 5, del dlgs 175/2016) recante il divieto di effettuare aumenti di capitale, trasferimenti straordinari, aperture di credito e di non rilasciare garanzie a favore delle società partecipate non quotate che abbiano registrato perdite di bilancio per tre esercizi consecutivi.Nel quadro normativo vigente, il disimpegno di un'attività in costante perdita è incompatibile con lo strumento societario, che per essere legittimamente impiegato dall'ente pubblico richiede una benché minima remunerazione del capitale investito. Di qui la necessità che il contenuto di un piano di razionalizzazione debba prevedere la dismissione della partecipata la cui gestione non sia in grado di garantire l'integrale copertura dei costi con i ricavi. Occorrono pertanto approfondite analisi comparative dei costi di funzionamento degli organismi partecipati a supporto delle scelte di mantenimento o di dismissione delle quote societarie, che mal si conciliano con le valutazioni generiche e approssimative.