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05/02/2019 14.00 - Quotidiano Enti Locali e PA
In house, corresponsabili per danno erariale i membri del Cda che non hanno vigilato

Secondo le norme civilistiche, gli amministratori delle società sono tenuti ad agire in modo informato (articolo 2381, ultimo comma del codice civile), ogni amministratore ha il diritto-dovere di chiedere agli organi delegati che in consiglio siano fornite informazioni relative alla gestione della società.
L'obbligo di vigilanza dei membri del Cda in rapporto all'attività svolta dagli amministratori delegati ha una valenza di estremo rilievo, tanto che il mancato assolvimento di questo onere informativo può comportare una corresponsabilità dell'amministratore negli eventuali atti di mala gestio.
Questa fattispecie ricorre nella sentenza n. 428/2018, della Corte dei Conti della Calabria, che condanna il presidente e 2 consiglieri di una società in house a rifondere la Regione di un danno erariale pari a quasi 2 milioni di euro, il primo a titolo di dolo e in via principale (euro 1.558.081,00), e gli altri a titolo di colpa grave e in via sussidiaria (euro 155.808,00 pro-capite).

Il fatto
La Regione Calabria ha messo a disposizione di una società in house la gestione di un fondo di 47 milioni di euro per la concessione di finanziamenti con finalità di promozione delle piccole e medie imprese operanti sul territorio, e per sostenerne i relativi investimenti. L'accordo sottoscritto tra la Regione e la partecipata, prevedeva che le risorse dovevano essere fatte confluire su conti correnti destinati a costituire depositi vincolati per la realizzazione delle specifiche attività di volta in volta previste.
In particolare, una norma dell'accordo escludeva l'impiego dei fondi mediante strumenti finanziari ad alto rischio, prevedendo l'obbligo di investire in soli strumenti garantiti dallo Stato con rating pari ad «AA». Un obbligo però che rimane solo sulla carta, per il fatto che il presidente della società in house, in una seduta del Cda convocata d'urgenza nel 2015, si era fatto autorizzare a porre in essere «tutte le operazioni connesse sia bancarie che finanziarie» volte a garantire comunque la necessità di ottimizzare i rendimenti dei fondi assegnati.
Dopo questa decisione, la società aveva effettuato una sommaria procedura comparativa affidando poi l'incarico a una società finanziaria che gestiva le risorse in fondi di investimento a rischio elevato e senza alcuna garanzia di rimborso, in contrasto con le prescrizioni indicate nell'accordo tra la Regione e la partecipata.
Poi le turbolenze del mercato azionario hanno fatto il resto, registrando fluttuazioni che hanno pregiudicato l'investimento, con una conseguente perdita di capitale per oltre un milione e mezzo di euro, che si è venuta a configurare quale danno erariale.

L'analisi della corte
Nella requisitoria dei giudici emerge con chiarezza la grave responsabilità dei convenuti per aver gestito risorse pubbliche senza la prudenza del «buon padre di famiglia» e, per di più, in aperto contrasto con gli accordi sottoscritti in materia.
Il collegio rileva la «natura oggettivamente speculativa» dell'operazione intrapresa sotto la responsabilità diretta del presidente della società in house, che ha operato come «dominus dell'intera operazione» con la «piena coscienza e volontà della propria condotta e dell'evento dannoso».

L'obbligo di vigilare dell'amministratore
La Corte accerta anche una precisa forma di responsabilità in capo ai 2 consiglieri del Cda convenuti, per omessa vigilanza in ordine all'operato svolto dal presidente.
Scrivono i giudici che «a fronte dell'assunzione di una decisione strategica di questo, particolare rilievo finanziario, sicuramente esorbitante dagli atti di ordinaria amministrazione (…) era preciso dovere dei consiglieri di amministrazione, in primo luogo, specificare i limiti all'investimento, anche di tipo quantitativo del quale si dava mandato al presidente», e, in secondo luogo, «assumere informazioni nell'arco di tempo successivo, e anche nei successivi consigli di amministrazione».
Attenendosi a questo dovere di vigilanza, i membri del Cda avrebbero potuto prendere conoscenza delle irregolarità gestionali poste in essere dal presidente e adottare i ritenuti strumenti di tutela giuridica per la salvaguardia del patrimonio sociale.
Di contro, dall'inerzia degli amministratori non esecutivi «discende la condotta gravemente colposa dei consiglieri, che non solo non hanno individuato precisi limiti alla delega che andavano a conferire al presidente (…), ma neppure sono intervenuti successivamente a informarsi sulle modalità dell'operazione», contribuendo a consolidare la decisione avventata in ordine all'investimento realizzato.

L'orientamento giurisprudenziale
La decisione dei giudici contabili recepisce sul punto un orientamento consolidato in tema di diritto societario, con riferimento a quanto disposto dal libro V del codice civile.
Il tribunale di Bologna, in materia di imprese, con la sentenza del 19 gennaio 2017 ha ribadito che «secondo quanto disposto dall'articolo 2381, comma 6, del codice civile, gli amministratori sono tenuti ad agire in modo informato; ciascun amministratore ha il potere-dovere di chiedere agli organi delegati che in consiglio siano fornite informazioni relative alla gestione della società», con l'effetto che «gli amministratori deleganti sono responsabili per non avere impedito fatti pregiudizievoli posti in essere dai delegati dei quali abbiano acquisito conoscenza, ovvero dei quali debbono acquisire conoscenza in particolare per effetto delle informazioni ricevute che presentino elementi di allarme» (Cassazione civile sentenza n. 31/17441).