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14/05/2018 14.05 - Quotidiano Enti Locali e Pa
Incognita «compensi zero» per gli amministratori delle partecipate

Mentre nell'ordinamento ci sono norme (tassative in base agli articoli 4, comma 4, del Dl 95/2012 e 11, comma 6, del Testo unico) sui compensi massimi erogabili agli amministratori delle società partecipate, manca, invece, ogni previsione circa la fissazione di una soglia minima, che induce a interrogarsi in ordine alla loro comprimibilità e – segnatamente – alla legittimità di spingersi fino al limite dell'azzeramento. I precedenti L'indagine sulla configurabilità di un limite minimo ai compensi, in assenza di espressa disposizione legislativa, si compendia e si risolve nella prospettabilità di una prestazione a titolo gratuito dell'incarico di amministratore di partecipata.Secondo l'indirizzo della giurisprudenza contabile, sarebbe da escludersi la gratuità dell'incarico perché?in contrasto con l'articolo 2389 del Codice civile, che prevede l'onerosità della prestazione fornita dai componenti dei consigli di amministrazione delle società (Sezione Veneto, delibera 68/2016e Sezione Marche, delibera 160/2016). L'inesistenza di un limite minimo Premesso che questa posizione interpretativa è stata formulata con riferimento alla normativa transitoria con l'intento di evitare un effetto limitativo/eliminativo dei compensi ultroneo rispetto alla ratio di contenimento dei costi, si rileva che l’opzione risulta comunque superabile proprio alla luce della disciplina civilista applicabile in materia. Disciplina civilistica La fonte legale del compenso degli amministratori delle società di capitali (le uniche partecipabili dalle Pa) deve essere ricercata negli articoli 2364 e 2389 del codice civile, laddove si dispone, rispettivamente, che il compenso degli amministratori viene determinato dall'assemblea ordinaria, ove non previsto e quantificato dallo statuto, e che i compensi spettanti ai membri del consiglio di amministrazione sono stabiliti all'atto della nomina o dall'assemblea.Dal tenore della norma non si ravvisano ostacoli a un'eventuale gratuità dell'incarico conferito all'amministratore, purché risultante dallo statuto o da una delibera assembleare.Non può valere, in senso contrario, la riconducibilità al mandato e, dunque, al relativo carattere oneroso, dal momento che l’ onerosità è solo effetto naturale del negozio, ben potendo le parti accordarsi per la gratuità del contratto (articolo 1710 del codice civile). La giurisprudenza di legittimità Alla soluzione favorevole alla gratuità dell'incarico è giunta la stessa giurisprudenza di legittimità. Con la sentenza n. 15382/2017, infatti, la Corte di cassazione ha statuito che, sebbene l'amministratore di una società – con l'accettazione della carica – acquisisca il diritto a essere compensato per l'attività svolta in esecuzione dell'incarico affidatogli, questo diritto tuttavia «è disponibile, e può anche essere derogato da una clausola dello statuto della società [che] sancisca la gratuità dell'incarico».Inoltre, l'esclusione del riconoscimento di un diritto ex lege al compenso scaturirebbe dalla natura del rapporto – di immedesimazione organica – tra amministratore e società, che nega la sussistenza (anche) di un rapporto contrattuale, sotto forma di prestazione d'opera in regime di parasubordinazione ovvero di lavoro professionale autonomo. D'altro canto, per consolidato orientamento, anche se per mera ipotesi questa forme contrattuali pure ricorressero in specie, ne deriverebbe comunque l'inesistenza del diritto al compenso posto che, nel primo caso, non sarebbe applicabile l'articolo 36 della Costituzione – sul diritto a una retribuzione proporzionata e sufficiente – riservato ai soli lavoratori subordinati e, nel secondo caso, l'onerosità non costituirebbe requisito indispensabile dell'attività autonoma prestata. Doppio effetto Anche se l'incarico di amministratore di società partecipata è per sua natura oneroso, il compenso è fissabile unilateralmente dai soci (pubblici), con norma – statutaria o assembleare – di organizzazione societaria. L'assenza di un limite minimo legale – a fronte invece di un soglia massima – e la riconosciuta disponibilità incondizionata del diritto al compenso dell'amministratore, recepita anche dalla più recente giurisprudenza contabile (sezione Basilicata, delibera 10/2018), producono effetti sotto un duplice profilo. Sul versante pubblico, si legittima pienamente qualsiasi previsione societaria restrittiva che delimiti i compensi, fino al limite della gratuità dell'incarico. Sul versante privato, qualora l'entità (o assenza) del compenso non corrisponda alle aspettative degli amministratori, può solo essere valutata come parametro per l'accettazione o meno della nomina, ferma restando in ogni caso la facoltà di rinunziare liberamente alla percezione dei compensi eventualmente previsti.