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17/05/2018 15.05 - Quotidiano Enti Locali e Pa
Per le società in house non è retroattivo il regime di divieti e limiti assunzionali

L'incerta natura giuridica delle società in house, che il Legislatore ha cercato di definire con il Dlgs 175/2016 recante il testo unico sulle società partecipate, è spesso fonte di contenziosi specie in tema di assunzioni e rapporti di lavoro, come dimostra la sentenza della Corte di cassazione civile, n. 10525/2018, che conferma la condanna a carico di una società in house per aver apposto un termine al contratto di somministrazione di lavoro a tempo indeterminato, stipulato antecedentemente all'entrata in vigore del comma 2-bis dell'articolo 18 del Dl 112/2008, introdotto ex novo dall'articolo 19 del Dl 78/2009, convertito in legge 102/2009. Tale articolo ha segnato una svolta storica rispetto alle modalità di reclutamento del personale e di conferimento degli incarichi, non solo per le società a totale partecipazione pubblica che gestiscono servizi pubblici locali, ma anche per le altre società pubbliche non titolari di servizi in house. Applicazione estensiva Nello specifico – e per quanto rileva in questa sede – il disposto normativo ha esteso alle società in house i criteri stabiliti in tema di reclutamento del personale dall'articolo 35 del Dlgs 165/2001 (testo unico sul pubblico impiego), con l'effetto di assoggettare le società pubbliche al medesimo regime di divieti o limitazioni alle assunzioni del personale in vigore per l'ente locale. Facendo leva su tale disposto, la società in house più sopra citata si rivolge alla Corte d'appello contro la sentenza del tribunale, che su istanza del lavoratore in parola rileva la nullità del termine apposto al contratto di somministrazione e condanna la società stessa al risarcimento del danno pari a 3 mensilità della retribuzione, con il diritto del dipendente a riprendere servizio presso l'azienda pubblica. A fronte del rigetto dell'appello, la società in house non esita a ricorrere in Cassazione, dove i giudici confermano ancora una volta il verdetto di primo grado in quanto, come si legge nella sentenza, il suddetto articolo 18 «non è applicabile ratione temporis al contratto dedotto in giudizio, sicché correttamente la Corte d'Appello ha ritenuto operante il regime giuridico proprio dello strumento privatistico adoperato, con conseguente conversione del rapporto di lavoro a tempo indeteterminato». Regime civilistico dei rapporti di lavoro La decisione è coerente con il quadro normativo consolidatosi in materia di società a controllo pubblico, rispetto alle quali l'articolo 1, comma 3, del Dlgs 175/2016 stabilisce che «per tutto quanto non derogato dalle disposizioni del presente decreto, si applicano alle società a partecipazione pubblica le norme sulle società contenute nel Codice civile e le norme generali di diritto privato». Si tratta, dunque, di società pur sempre soggette al diritto civile, se pure con importanti deviazioni previste sia in ordine all'acquisto di lavori, beni e servizi, stante l'obbligo di operare secondo la disciplina di cui al codice dei contratti (articolo 16, comma 7, del testo unico), sia in ordine al regime della gestione del personale (articoli 19 e 25 del testp unico). Regole speciali non retroattive Le regole del diritto speciale in questa materia sono rigorose e inflessibili, come dimostra l'articolo 25, comma 6, secondo cui «i rapporti di lavoro stipulati in violazione delle disposizioni del presente articolo sono nulli e i relativi provvedimenti costituiscono grave irregolarità ai sensi dell'articolo 2409 del codice civile». Un siffatto regime va però applicato alla stregua del principio “tempus regit actum”, dacché altrimenti si incorre egualmente, per altro verso, nella gestione illegittima dei rapporti di lavoro, come appunto documenta il caso trattato con la sentenza in commento.