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02/12/2019 - Il Giorno
«Questi carrozzoni sono immortali Si salvano sempre per un cavillo»

Il giurista Celotto, capo di gabinetto di quattro ministri di diversa estrazione: «Una legge non basta» «Per la chiusura definitiva vanno ricollocati i dipendenti e risolti i contenziosi. E il patrimonio va ceduto»
ROMA «La verità? È che gli enti inutili sono praticamente immortali. Chiuderli è quasi impossibile». Alfonso Celotto, docente a Roma di Diritto Costituzionale e diritto pubblico comparato, classe 1966, conosce bene la macchina amministrativa. È stato capo di Gabinetto e capo degli uffici legislativi di numerosi ministri, dalla Bonino a Calderoli, dalla Guidi a Barca. Un giurista esperto. Ma non solo: ha scritto anche tre romanzi. Ma di fronte agli enti inutili, non nasconde il pessimismo. Eppure le leggi non mancano. Non sarebbe sufficiente decidere sanzioni per chi non chiude e spreca soldi pubblici? «Il problema vero è che non basta una legge per cancellare un ente. Al massimo si può cancellare il suo nome. Ma la vera eliminazione avviene solo quando sono stati cancellati tutti gli effetti giuridici conseguenti». Cioè? «Per chiudere definitivamente i battenti un ente deve vendere tutti gli immobili, cedere il patrimonio, ricollocare tutti i dipendenti, risolvere i contenziosi contributivi e legali. Basta che ci sia una causa pendente e, anche se ufficialmente chiusa, la struttura resta in vita fino a che il processo non finisce. E, come si sa, i tempi medi per una causa civile in Italia possono anche superare i dieci anni». Addirittura? «Abbiamo in Italia enti che risalgono all' era fascista. Il legislatore tentò di eliminarli con la prima legge 'taglia enti inutili', quella del 1956. Ci sono voluti almeno cinquant' anni per chiuderli veramente. E senza che nessuno potesse, nel frattempo, fare nulla». Ma è solo una questione di volontà politica. O c' è dell' altro? Non è che c' è anche la difesa ad oltranza di posizioni di privilegio? «C' è sicuramente un grande problema di stratificazione burocratica. Troppe norme e troppo complesse per poter procedere in maniera spedita e voltare pagina su questo fronte. E, poi, nessuno sa effettivamente quanti sono». Scusi, ma è davvero possibile che, nel 2019, con tutti gli strumenti informatici a disposizione, i big data e chi più ne ha più ne metta, non abbiamo un quadro esatto di questi enti? «Purtroppo sì. Mancano cifre e numeri certi. Basta ricordare, solo per restare in un terreno giuridico, tutta la querelle che ha impegnato per anni i giuristi per capire gli enti che possono essere considerati pubblici a tutti gli effetti. C' è ad esempio, la nozione di pubblica amministrazione ai fini del pubblico impiego, fissata nel decreto 165 del 2001. E poi c' è la nozione contabile del pubblico impiego, con l' elenco compilato dall' Istat ai sensi della legge 196 del 2009. Questo per dire che allo stato attuale, non siamo neanche in grado di definire con certezza il perimetro degli enti pubblici». Davvero si possono risparmiare almeno dieci miliardi sopprimendo tutti gli enti inutili? «Sono numeri difficili da verificare. Manca ancora un quadro preciso della situazione». Dobbiamo rassegnarci o si può fare qualcosa? «Servirebbe partire da una riorganizzazione seria della pubblica amministrazione, ripensarla completamente. Il nostro sistema conserva un' impostazione ottocentesca, mentre dovremmo pensare ad una pubblica amministrazione digitale. Naturalmente si tratta di un processo lungo. Non basta un singolo governo o una singolo ministro. Ma occorrerebbe un' operazione almeno quinquennale, portata avanti con serietà e con il consenso di tutte le parti in causa. Sgombrando finalmente il campo dalle beghe della politica». Antonio Troise © RIPRODUZIONE RISERVATA.