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02/12/2019 - Corriere della Sera - Economia
Stato-imprenditore Ci servono campioni europei (ma ripensiamo antitrust e aiuti)

CI SERVONO CAMPIONI EUROPEI (MA RIPENSIAMO ANTITRUST E AIUTI)
I casi Ilva e Alitalia dimostrano il fallimento del mercato, come sostengono alcuni o il fallimento della politica, come ribattono altri? Nel dibattito sullo Stato-imprenditore avviato da L' Economia sentiamo l' opinione di Alessandra Lanza, economista e senior partner di Prometeia, che oggi introdurrà il panel sulle prospettive della politica industriale europea, organizzato a Bologna dal Gruppo Economisti di Impresa. «Un mix delle due cose - risponde Lanza -. C' è un fallimento strutturale e intrinseco del mercato ma anche lo Stato mostra la corda perché nel frattempo la politica industriale è cambiata. Siamo passati da un' impostazione anni '70-80, molto interventista, a politiche più liberiste. Secondo le quali lo Stato si chiama fuori, pensa che il mercato sia sovrano e crede anche che i fallimenti di mercato nella buona sostanza non esistano. In questa visione il mercato appare capace di autoregolarsi». Quindi assistiamo a una sorta di pendolo tra queste due concezioni e oggi vediamo un ritorno delle sirene stataliste? «Direi che in entrambi i format mancano analisi puntuali dei singoli casi. Il concetto di fallimenti finisce per fare di tutt' erba un fascio. Se è fallita un' impresa lo faranno tutte le altre. Serve invece una ricognizione seria di cosa ha funzionato e cosa no e come si possa intervenire perché i fallimenti di mercato non si verifichino. La conseguenza di questa carenza di approfondimento è mettere delle 'pezze' e non guardare a ciò che verrà». Il rischio è che il dibattito sulle prospettive dell' industria sia tutto politico-culturale e non tenga presente l' eterno movimento dell' economia? «Si perde il senso dei cambiamenti epocali come quello che stiamo vivendo. La terza rivoluzione industriale è disruption e i grandi Paesi, come Cina e Usa, ne sono così coscienti che si sono mossi per tempo. L' Europa purtroppo appare come il classico vaso di coccio. Basta leggere i documenti di politica industriale dei governi americano e cinese per avere davanti con chiarezza la loro strategia, che parte dalle materie prime. Gli States da almeno 5 anni godono dell' indipendenza energetica e la Cina nel frattempo si è mossa per accaparrarsi le materie prime in Africa. In questo modo hanno reso i propri apparati industriali sicuri e indipendenti. Aggiungo che al centro dei loro documenti c' è la nuova politica della difesa centrata sulla cybersecurity e finalizzata a produrre ricadute tecnologiche per usi civili». Se l' Europa è un vaso di coccio noi siamo pura sabbia... «Noi abbiamo bisogno di una politica industriale europea e l' unico documento che ne parli è il manifesto franco-tedesco. Ma l' Italia dov' è? La seconda manifattura del Continente non partecipa all' elaborazione di una politica industriale europea?» Sarà anche perché noi consideriamo i nostri partner europei prima di tutto come dei concorrenti? «Certo, consideriamo concorrenti anche i nostri vicini di casa. Ma con la dimensione media (ridotta) delle imprese italiane boicottare una politica industriale comune è un lusso che francamente non ci possiamo permettere». Mi par di capire che lei pensa che si debba tornare alla strategia dei campioni europei. «Torniamoci. Però dobbiamo aggiornare la cultura dell' antitrust europeo e segnalo come nel manifesto franco-tedesco ci sia una spinta in questa direzione. Dobbiamo anche allontanarci da un' impostazione troppo rigida sugli aiuti di Stato. Ricordo comunque come nel progetto di costituzione europea i campioni europei ci fossero già». Quando si formano dei gruppi europei transnazionali come nel caso Luxottica-Essilor oppure Fca-Peugeot l' opinione pubblica italiana tende a leggervi sempre un nostro cedimento, un' asimmetria certa. «E questo è un male, dobbiamo uscire dalla logica dei campanili. I casi che ha citato sono ottimi esempi di quello che si dovrebbe fare in tutti i settori. Sono più tiepida quando invece le aziende vengono cedute a Paesi al di fuori della cornice Ue. Dentro la comunità il diritto è condiviso, ci sono regole che delimitano una cornice di certezza». C' è chi teme però che una politica industriale europea con la formazione di campioni continentali segni o comunque si accompagni a un futuro che per l' industria italiana non prevede altro che un futuro da semplice fornitore. «Non sono d' accordo. Abbiamo settori e produzioni dove possiamo giocarci la leadership almeno continentale. Bisogna crederci, prima di tutto. Del resto i risultati delle imprese nel 2018 ce le mostrano risanate, più redditizie, maggiormente patrimonializzate e ricche di liquidità. Il guaio, purtroppo, è che non investono!». Se accettiamo pienamente la grammatica europea qual è la conseguenza diretta per affrontare i casi Ilva e Alitalia che oggi sono drammaticamente sul tavolo? «Ci sono stati Paesi in Europa che hanno rinunciato alla loro compagnia di bandiera. Altri Paesi hanno pensato che non fosse drammatico per loro non produrre più acciaio nazionale. Ma guardando al caso italiani e alle emergenze che sono sul tavolo proverei a disaccoppiare i problemi. Serve una soluzione industriale per Alitalia e Ilva che sia preferibilmente di mercato, capace di attivare soggetti e mobilitare capitali privati. Poi lo Stato deve entrare in gioco con una funzione redistributiva. Mi spiego: se ripartono new company snelle ed efficienti è giusto che il pubblico si occupi di ciò che rimane, quelle che chiamano le bad company e che rappresentano un tema sociale e non industriale. E quindi di stretta pertinenza pubblica».