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22/07/2019 - Affari & Finanza
Acqua, 1,9 miliardi investiti ma i tubi perdono ancora

Nel 2018 e 2019 i bandi di gara sono ripartiti ma la nostra rete è ancora un colabrodo perché si spende male: solo riparazioni mentre servono sostituzioni e più tecnologia
Una rete che fa acqua da tutte le parti. E nonostante, negli ultimi anni, gli investimenti siano sensibilmente aumentati, i "buchi" sono diventati ancora più grandi. È lo stato di "disservizio" del settore idrico in Italia, una infrastruttura che soffre soprattutto del fenomeno della "dispersione": a causa di inefficienze, manutenzione insufficiente e ritardi nelle opere di sostituzione delle tubazioni più vecchie, il nostro paese è tra quelli che spreca più acqua mentre la porta nelle case dei cittadini. Bastano pochi numeri per capire il contesto. Rispetto all' acqua immessa nelle reti di distribuzione, le perdite idriche totali sono passate dal 32% del 2008 al 41,4% del 2015 (secondo gli ultimi dati disponibili). Eppure, nel corso degli ultimi anni gli investimenti nel settore sono cresciuti, in particolare dopo il passaggio della competenza del settore all' Arera (l' ex Autorità per l' Energia da poco diventata Autorità di Regolazione Energia Reti Ambiente). Nel 2012, le società che hanno in concessione il servizio (per oltre il 90% a controllo pubblico o con capitali misti pubblico- privato) investivano un cifra pari a 32 euro per abitante all' anno; si è poi passati ai 51 euro del 2015 per salire fino ai 71 euro dello scorso anno. Nel 2018, i bandi per le gare nel settore idrico hanno raggiunto 1,9 miliardi, con una crescita del 44% rispetto ai dodici mesi precedenti. Ma le previsioni per il 2019 sono poco brillanti: è previsto un passo indietro, a 68 euro per abitante. Sono i numeri presentati poche settimana fa dal Cresme (Centro ricerche economiche e sociali del mercato dell' edilizia) e dal network Euroconstruct (partecipato dai 19 più importanti centri di ricerca europei del settore). I problemi non riguardano solo la manutenzione ordinaria, ma coinvolge ancora di più l' attività di sostituzione. Nonché i problemi legati al reperimento delle risorse e alle differenze nella qualità del servizio tra regioni centro-settertrionali e quelle del meridione, dove il tasso di dispersione è più elevato. Le infrastrutture idriche sono alquanto datate e andrebbero in gran parte sostituite: purtroppo, in Italia si rincorre quasi esclusivamente l' emergenza e si effettuano per lo più interventi non programmati (pari al 92 per cento del totale). Risultato: i tassi di sostituzione sono di gran lunga inferiori a quelli che sarebbero necessari. Detto che la rete degli acquedotti in Italia è composta da oltre 337 mila chilometri di tubazioni, di questi 74 mila hanno più di 50 anni di vita, secondo una stima dell' Arera. In altre parole, il nostro paese avrebbe bisogno - più di altri - di accelerare la sostituire delle tubazioni più vecchie. Invece, vanno registrati i soliti ritardi: il tasso di sostituzione - sempre secondo i dati dell' Arera - è stato nel 2015 (ultimi dati disponibili) dello 0,42% all' anno; se non altro in leggero miglioramento rispetto al 2014, che era pari allo 0,39%. Tutto questo mentre un tasso di sostituzione ideale, dovrebbe raggiungere almeno il 2% ogni dodici mesi. «Ai ritmi attuali - si legge negli atti del convegno - la sostituzione dei chilometri di rete che hanno più di 50 anni avverrà, a seconda delle stime che si utilizzano, tra i 52 e i 66 anni. Nel frattempo, tutto il resto della rete avrà superato i 50 anni di vita e ci troveremo a dover sostituire urgentemente oltre 250 mila chilometri di rete». Così stando le cose, non sorprende che le perdite vadano crescendo, e che si ponga il problema degli investimenti sempre più necessari. I quali non andrebbero destinati soltanto al rifacimento materiale dei tubi, ma anche all'introduzione di tecnologie al servizio dei sistemi di manutenzione. Lo dimostra il fatto che «le attività di ricerca delle perdite vengono realizzate con tecniche avanzate su appena 47 mila chilometri (pari al 14 per cento delle rete totale) e che solo 30 mila chilometri di rete sono distrettualizzati con sistemi attivi di telecontrollo o regolazione automatica di portata e pressione». Depurazione e sanzioni Ue Situazione analoga, se non peggiore, riguarda i servizi di fognatura e depurazione: una situazione di gravi lacune e di mancato rispetto delle direttive europee, per cui l'Italia ha già subito diversi procedimenti di infrazione. Per dire: ancora oggi, il 3% della popolazione del nostro paese risiede in Comuni o in aree prive completamente di fognature. Per la depurazione abbiamo due livelli di problema, con altrettante violazioni di regole comunitarie: il 2% dei cittadini non usufruisce di un servizio di depurazione delle acque reflue, con una quota che sale addirittura al 40% se si considera che il «carico potenziale civile non è adeguatamente trattato in impianti di depurazione di tipo secondario». Il che, tradotto, significa che le acque reflue vengano trattate ma non in modo soddisfacente e comunque non rispettando le regole dell'Unione Europea. Dove reperire i fondi Al momento, si legge ancora nel rapporto del Cresme e di Euroconstruct, la principale fonte di finanziamento per gli investimenti del settore idrico si ricava dalle bollette pagate ai cittadini, che coprono l'80% delle somme complessive. Tra il 2012 e il 2019, le tariffe applicate agli utenti sono salite del 2,7% all'anno. Potrebbe sembrare tanto, ma bisogna sempre ricordare il dato di partenza: le tariffe sono in media tra le più basse d'Europa. Il centro di ricerche Ref ha calcolato di recente che con un incremento delle tariffe del 3,6%, gli investimenti potrebbero raggiungere stabilmente gli 80 euro per abitante, cifra che pareggerebbe il livello dei paesi eupei più avanzati. (Foto) Giordano Colarullodir. generale di Utilitalia

Luca Pagni