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02/12/2019 - La Verità
Enti inutili La beffa della manovra

La nota al Def s' impegna per l' ennesima volta a eliminarli, ma non spiega come L' ultimo censimento è del 2012: sono più di 500 e ci costano oltre 10 miliardi l' anno
laura della pasquaL' ultima puntata della guerra agli enti inutili è scritta nella nota al Def 2019 (il Documento di economia e finanza). Una riga secca, nella quale il governo Conte bis ribadisce l' impegno a chiudere gli enti inutili. Nulla di più, nemmeno una quantificazione delle risorse pubbliche che si potrebbero recuperare. Sembra quasi un messaggio di impotenza, ancora più emblematico, se si pensa che i 5 stelle hanno fatto della lotta alla casta e agli sprechi il loro distintivo. D' altronde la storia parla chiaro. Chi ci ha provato, in passato, ha dovuto desistere. Guai a toccarli. E la spesa corre: il mantenimento di certe realtà costa allo Stato e quindi alle nostre tasche, oltre 10 miliardi l' anno. Secondo l' ultimo censimento, effettuato dal governo Monti nel 2012, sarebbero più di 500 gli enti che zavorrano il bilancio pubblico: una ragnatela di istituti vigilati, partecipate, consorzi, comunità montane, fondazioni, associazioni in difesa di qualcosa o di qualcuno, comitati. Oggi tali istituti dovrebbero seguire le regole previste dal Tusp, il Testo unico per le società a partecipazione pubblica, varato nel 2016, che ha imposto alle amministrazioni pubbliche con partecipazioni di effettuare, entro il 30 settembre 2017, una verifica di tutte le società in loro portafoglio. È emerso che il 37% di quelle monitorate erano almeno in una delle condizioni critiche indicate dal Tusp (perdite di bilancio, assenza di dipendenti o in numero inferiore agli amministratori). Inoltre, 119 enti avevano i tre fattori di rischio. Le amministrazioni però hanno liquidato solo tre società su dieci. Alcuni enti hanno una longevità impressionante. Sanno adattarsi ai tempi.L' Unione italiana tiro a segno risale al Regno d' Italia. È sopravvissuta a diversi tentativi di abolizione, ha cambiato pelle e ora è sotto la vigilanza del ministero della Difesa ed è affiliata al Coni. Che cosa fa? Organizza l' attività istituzionale svolta dalle varie sezioni del tiro a segno sparse a livello nazionale. Domandiamo a una sezione, quella di Roma, il perché di quello che ci pare un doppione. La risposta: «Noi dipendiamo da loro». L' analfabetismo è debellato, ma l' Unione nazionale per la lotta contro l' analfabetismo (Unla), fondata nel 1947 nell' ambito del programma governativo del secondo dopoguerra di alfabetizzazione della popolazione, esiste ancora. E si è reinventata. Sul sito c' è scritto che si occupa «della progettazione e realizzazione di progetti speciali». Il presidente, Vitaliano Gemelli, ci spiega che l' istituto fa formazione, convegnistica, presenta libri, organizza dibattiti e manifestazioni di promozione del territorio. Riceve un finanziamento di 45.000 euro l' anno. Attività già coperte da altre istituzioni pubbliche. In Piemonte, l' interesse per l' Africa è tale da giustificare la permanenza dal 1983 del Centro piemontese studi africani. L' ente promuove ricerche di grande importanza, secondo il direttore, Federico Daneo, ma non al punto da evitare che la Corte dei conti lo inserisse nella black list. Anche il Comune di Torino, l' anno scorso, gli ha negato 10.000 euro di contributi. L' istituto riceve fondi per 30.000 euro dalla Regione Piemonte. Quest' anno, per il progetto Diplomazia dell' acqua, sulle conseguenze della siccità nel Ciad, ha avuto 10.000 euro dalla Farnesina. L' anno scorso è stata la volta di uno studio sull' emergenza idrica del Nilo, che ha ottenuto dall' Autorità di bacino 15.000 euro. Alla Corte dei conti, Daneo replica che «è stato fatto un elenco basandosi su dati statistici e senza analizzare le singole iniziative». Forse alla magistratura contabile è saltato all' occhio l' organico di soli tre dipendenti in una sede di 230 metri quadri, di proprietà del Comune, gestita dall' Atc (le case popolari) con un affitto di 290 euro mensili. «È fatiscente», specifica Daneo. Infatti presto si trasferiranno nella centralissima piazza della Repubblica, in un appartamento ancora più grande: 300 metri quadri. L' Atc ha chiesto un canone di 1.500 euro, ma il Comune potrebbe ridurre l' affitto fino al 90%.Alcuni enti cambiano nome nel tempo. L' Indire, l' Istituto di documentazione, innovazione e ricerca educativa, il più vecchio ente di ricerca del ministero dell' Istruzione, dalla sua nascita, nel 1925, ha mutato pelle più volte. Nel 2007 si trasforma in Ansas (Agenzia per lo sviluppo dell' autonomia scolastica) per poi tornare a essere Indire nel 2012. Il suo compito? «Sviluppare azioni di sostegno ai processi di miglioramento della didattica e dei comportamenti professionali del personale della scuola». Attorno al patrimonio storico artistico prolifera una serie di enti. Uno di questi è l' Ales (Arte, lavoro e servizi) che ha inglobato l' Arcus, società per lo sviluppo dell' arte, della cultura e dello spettacolo. Ha come socio unico il ministero dei Beni culturali, che «supporta nell' attività di conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale» e negli «uffici tecnico amministrativi». Ma non ci sono altre strutture pubbliche che svolgono questa funzione? È quanto ci chiediamo anche per l' Istituto regionale Ville Tuscolane (Irvit), nato nel 1992, che rivendica il compito inalienabile di «assicurare la conservazione, la valorizzazione e la conoscenza» delle dieci Ville Tuscolane dei Castelli romani. Oltre a qualche convegno, l' ente collabora con la Regione Lazio alle giornate di apertura delle dimore storiche. La Regione non riesce a far fronte a queste iniziative? Sopravvive l' Istituto per l' incremento ippico per la Sicilia che, si legge nel sito, «raccoglie l' eredità del Regio deposito stalloni, creato nel 1884 dall' allora ministro della Guerra». Sempre in Sicilia, il Comune di Marsala, dal 2006, si è fatto affiancare, nella gestione dei servizi scolastici, dall' istituzione comunale «Marsala Schola». L' attività «ferve». L' ente è aperto tre ore e mezzo la mattina per tre giorni a settimana e due volte nel pomeriggio, un' ora e mezzo in più.I centri studi sorgono come funghi. C' è il Cuia (Consorzio interuniversitario italiano per l' Argentina) che si occupa dei progetti di cooperazione tra le università italiane e argentine, l' Indam (Istituto nazionale di alta matematica) che promuove la ricerca nella matematica e i rapporti con centri internazionali (come se gli atenei non bastassero). C' è il Cinid (Consorzio interuniversitario per l' idrologia), per «favorire la cooperazione tra le Università consorziate» su difesa del suolo e salvaguardia dei sistemi ambientali. A quanto pare, le università non riescono a parlarsi tra di loro direttamente.I primi tentativi di disboscare questa giungla risalgono al 1956, quando fu creato addirittura un ulteriore ente, l' Iged, per velocizzare l' operazione. Ha continuato a funzionare fino al 2002 ed è costato circa 50 milioni di euro l' anno. Ma il «bosco», anziché sfoltirsi, s' è allargato. A ottobre 2009, l' allora ministro della Semplificazione, Roberto Calderoli, aveva promesso «una ghigliottina» per 1.621 istituti ed era riuscito a scrivere 29 decreti di riordino per altrettanti enti. Ma i decreti sono stati bocciati. Mario Monti, nella cura da lacrime e sangue per il Paese, mise anche il taglio di poltrone eccellenti, ma solo a scadenza degli incarichi. La Corte dei conti, in una relazione del 2018, è stata netta: nessun risultato dalla spending review. Chiudere un ente è un' impresa quasi impossibile. La liquidazione può durare anni e nel frattempo lo scenario politico muta. Basta vedere quello che è accaduto al Cnel, dove stanno ancora brindando per lo scampato pericolo. Abolito dal governo Renzi, questo parcheggio per sindacalisti, che in 82 anni di vita ha proposto 26 disegni di legge nessuno dei quali approvato dal Parlamento, è stato resuscitato dal fallimento del referendum 2016.