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15/04/2019 - Corriere della Sera - Economia
PAGAMENTI FUORI DAL TEMPO

LA STRETTOIA DELLA BUROCRAZIA FRENA LE AZIENDE E LO STATO
Per pagare o morire, secondo il proverbio, c' è sempre tempo. Ma il saldo di un conto in sospeso è tutt' altro che inesorabile. In molti bilanci si fa finta che questo avvenga quasi per diritto divino. Una professione di fede. E si tiene il credito lì, in bella vista, il più a lungo possibile. L' equilibrio dei conti, anche osservando regole e accantonamenti, è così formalmente assicurato. Ma uno sguardo più realistico lo potrebbe tranquillamente mettere in dubbio. Nei giorni scorsi Cribis, una società del gruppo Crif che elabora le informazioni commerciali, ha diffuso i dati sui pagamenti tra privati del primo trimestre del 2019. Ne ha parlato sul Sole 24 Ore Luca Orlando. Che cosa emerge? Le difficoltà della congiuntura si riflettono nel rispetto dei tempi contrattuali. Le aziende in ritardo, sulla scadenza dei trenta giorni, sono aumentate del 6%. Il tasso di puntualità (35,3%) è ai minimi degli ultimi tre anni. La regione più virtuosa è la Lombardia, ma non è una notizia. In media si regola dopo 89 giorni; 120 per costruzioni e sanità. Il peggioramento dei termini di pagamento è una spia delle difficoltà di alcune imprese, una ricaduta del rallentamento dell' attività produttiva o commerciale. Inevitabile. Ma anche la conferma di un difetto strutturale, se vogliamo una spia del costume, qualche volta del malcostume. La gestione della liquidità è oggi favorita dai tassi bassi. Possiamo definirla una variabile tattica. Per qualche giorno di ritardo non muore (un altro modo di dire) nessuno. Ma non raramente la leva della dilazione nei pagamenti si trasforma in uno strumento di correzione dei bilanci, in un' azione di risanamento che sacrifica (anche troppo) fornitori e creditori. La correttezza nel rispetto dei tempi è sicuramente testimonianza di serietà e affidabilità, incide sul prestigio del marchio. Ma in Italia il suo contrario non è vissuto in negativo allo stesso modo. Anzi, la disinvoltura suscita spesso comprensione se non ammirazione. Nell' asimmetria dell' importanza sociale dei due comportamenti, c' è una fotografia piuttosto fedele della qualità del business. «Se un' azienda - spiega Giuseppe Bernoni, uno dei grandi commercialisti italiani - ha bisogno assoluto di un fornitore spacca la puntualità, ma se appena appena non è così preferisce farsi sollecitare e superare il limite dei trenta, sessanta giorni. Tanto non vi è alcuna sanzione, anzi». In questo «anzi» è riassunta una vulgata manageriale secondo la quale è valutato meglio, agli occhi della gerarchia aziendale, il dirigente abile nello sfruttare al massimo il proprio potere negoziale nei confronti degli esterni, anche torchiandoli un po', al fine di migliorare la gestione del circolante. Ovviamente non mancano le policy aziendali per le quali la scrupolosa osservanza dei termini contrattuali è diretta conseguenza della cultura d' impresa, indispensabile per conquistare la fiducia dei clienti che magari pagano pronto cassa. «Non è raro - puntualizza Marco Preti, amministratore delegato di Cribis - che le piccole e le medie paghino meglio e prima delle grandi. Queste ultime hanno procedure all' apparenza ineccepibili ma che nelle pratica agevolano pratiche dilatorie». Prendiamo, per esempio, quello che accade nei rapporti tra industria di marca e grande distribuzione. Dal 2012 è stato introdotto l' obbligo di pagamento, per il solo settore alimentare, a 30 giorni per i prodotti deperibili e a 60 per gli altri. Secondo i dati dell' Osservatorio di Centromarca, i termini concordati sono scesi - ultima rilevazione disponibile è 2017 - da 70 giorni (nel 2011) a 55 mentre i ritardi sono passati da 25 a 12. Nel settore non alimentare, pur in assenza di obblighi di legge, si è registrato un analogo miglioramento. Nel periodo in esame i termini concordati sono diminuiti da 89 a 67 giorni. I ritardi da 30 giorni in media nel 2011 a 15 nel 2017. Si attendono i risultati della fatturazione elettronica ma comunque stiamo parlando della parte più dinamica e trasparente dell' industria e del commercio italiani. Il raffronto internazionale è istruttivo. Si dirà, altre situazioni, altre culture, appunto. Le rilevazioni di Cribis hanno riguardato 32 Paesi di cui 22 europei. La Svezia registra la minore percentuale di pagamenti in grave ritardo (oltre i 30 giorni), lo 0,4, seguita dalla Finlandia con lo 0,8 e dall' Olanda con l' 1,2. L' Italia con l' 11,5% è all' ultimo posto tra le principali economie europee. Fanno peggio di noi solo Croazia, Turchia, Israele, Portogallo, Romania e Grecia. Nel Nord America si è intorno al 6%. In Asia la migliore è Taiwan con il 2,4%. «Molto dipende anche dalla lentezza della giustizia amministrativa - aggiunge Preti - facciamo solo un confronto fra Germania e Italia. Un' azienda tedesca sette volte su dieci non deve fare nulla per recuperare il proprio credito. Una italiana soltanto tre volte su dieci. Dunque deve sopportare costi maggiori. Questa inefficienza incide sulla sua competitività tra uno e tre punti di minor margine. Non è poco, specie in comparti concorrenziali a bassa marginalità». Nei prossimi giorni la Ragioneria dello Stato aggiornerà i dati sui tempi di pagamento delle amministrazioni pubbliche. Dal decreto legge 35 del 2013 in poi, la situazione è progressivamente migliorata consentendo ai Comuni di disporre di liquidità per pagare i fornitori. Le attese sono per qualche ulteriore recupero nel 2018. Ma di strada se ne deve fare ancora tanta. La legge di Bilancio 2019 introduce un giro di vite per tutti gli enti inadempienti che, dal 2020, saranno costretti ad accantonamenti obbligatori. D' altra parte i Comuni vantano anche, secondo i calcoli dell' Anci, l' associazione che li riunisce, una trentina di miliardi di crediti esattoriali. E sono in credito anche verso lo Stato (per esempio per le spese giudiziali, le mense degli insegnanti statali, ecc). Con la rottamazione delle cartelle al di sotto dei mille euro, nel periodo 2000-2010, il cosiddetto «saldo e stralcio», le amministrazioni comunali avranno poi qualche problema di equilibrio finanziario per l' abbattimento dei residui attivi. In sintesi da una parte si è spinto e si spinge affinché le amministrazioni paghino e investano di più, dall' altra parte le si priva di crediti che in parte sarebbero stati onorati con un maggiore impegno nella riscossione. Non è facile fare i bilanci. Molti cittadini, grazie ai condoni, poi non pagheranno mai la loro amministrazione. Un sollievo per loro. Una cattiva lezione civica per tutti. E il cerchio si chiude.